II limiti della spesa per i farmaci

Il decreto varato lo scorso luglio dal Consiglio dei Ministri contiene la decisione di procedere ad un ulteriore cospicuo taglio della spesa territoriale per il  farmaco. Ciò ci sembra inappropriato per le ricadute negative che tale taglio (che viene ad aggiungersi ai precedenti) potrebbe avere per la ricerca scientifica e l’assistenza medica, comprendendo in quest’ultima anche la  prevenzione secondaria delle malattie cardiovascolari, che costituiscono tuttora  la prima causa di morte.

Le ricadute negative nel  campo dell’ assistenza sono legate al fatto che la prevenzione, inclusa quella cardiovascolare, si basa oltreché sull’adozione di un corretto stile di vita (strada ineludibile, benché purtroppo di difficile  implementazione su larga scala), sull’impiego di farmaci di provato valore protettivo, ogniqualvolta le caratteristiche del paziente lo rendano necessario. In tale ottica il farmaco ha un grande valore sociale, ed è anche al suo crescente impiego su  vasta scala che si deve l’allungamento della vita media, nonché la riduzione del rischio di malattia ed il miglioramento della qualità della vita che caratterizzano il nostro tempo. Ciò non è sempre correttamente recepito dalla popolazione che tende a vedere il farmaco, qualche volta anche per l’ atteggiamento della politica e dei media, come mezzo di indebito guadagno delle industrie produttrici “sulle spalle del  bene pubblico salute”, anziché  come una  conquista della nostra civiltà che ci consente di vivere di più e meglio, con una riduzione della frequenza di malattia  che si traduce, nel lungo termine, in significativo risparmio per i costi sanitari. Ciò non vuol dire che perseguire razionalizzazioni e ulteriori  risparmi non sia necessario, soprattutto nella situazione economica in cui versa anche il nostro Paese. In questo senso l’impiego dei farmaci equivalenti è una opportunità che il Governo giustamente utilizza e che è auspicabile possa crescere in Italia nel prossimo futuro.

 Tuttavia, non tutto quanto è farmacologicamente necessario è disponibile sotto  forma di farmaci equivalenti! E’ nostro timore che tagli ripetuti ed eccessivi  verranno  inevitabilmente ad incidere anche sull’impiego di farmaci importanti ed innovativi , non altrimenti disponibili.

Il secondo elemento di preoccupazione riguarda gli effetti che la decisione del Consiglio dei Ministri potrà avere, ed avrà, sulla ricerca scientifica. I fondi  pubblici a disposizione della ricerca sono notoriamente limitati nel nostro Paese,che riserva a tale attività, così cruciale per il  futuro, somme  inferiori(sia in termini percentuali che assoluti)a quelle  dei Paesi con cui dobbiamo confrontarci. Ancora più ridotta, rispetto agli  altri Paesi, è la quota di finanziamento alla ricerca che deriva da Istituzioni ed Enti  privati, da sempre assai modesta in Italia.

In questa realtà l’Industria Farmaceutica ha svolto un ruolo positivo, sia consentendo la partecipazione dei ricercatori italiani a trial internazionali (favorendo con ciò  una loro più ampia esposizione e confronto ad alto livello), sia finanziando progetti clinici specifici di nostri ricercatori , che  spesso hanno prodotto  risultati di notevole rilievo e richiamo nell’ambito della letteratura biomedica più accreditata. Va da sé che tutto ciò è legato anche al profitto che le industrie operanti nel nostro Paese riescono a generare ed è pertanto facile prevedere che il ripetersi di radicali ridimensionamenti  della spesa per il farmaco avrà influenze nefaste. Verrà a scomparire del tutto  in Italia la ricerca dell’ Industria su farmaci innovativi, peraltro già fortemente ridotta  con la progressiva migrazione all’estero dei centri di ricerca che le aziende (di capitale nazionale e non) avevano  creato nel nostro Paese. Proseguirà inoltre il declino dei finanziamenti dell’Industria alla ricerca clinica, non di rado ad orientamento meccanistico (inerente cioè il “come” i farmaci agiscono) e quindi ad alto valore conoscitivo generale. Ciò avrà un significativo impatto  negativo sul piano scientifico, perché tale ricerca, basata su creatività, competenze e filoni di sviluppo  individuali (e  ‘motore’ in tutto il mondo dei  grandi  progressi ottenuti in campo diagnostico e terapeutico) è quella che accede con maggiore difficoltà al finanziamento pubblico ,che in genere privilegia  grandi progetti integrati.

Verrà infine inevitabilmente ad inaridirsi la sorgente del  finanziamento per la Ricerca Indipendente gestito dall’AIFA, ma sostenuto anch’esso con fondi provenienti  dall’Industria Farmaceutica.

Per queste ragioni la Consulta per la Prevenzione  Cardiovascolare esprime forte preoccupazione per questa decisione del Governo. Pur rendendoci conto delle necessità ed urgenze in cui esso deve operare, ci domandiamo se non esistano altri mezzi per ottenere il risparmio necessario, soprattutto alla luce del fatto che le risorse riservate dal SSN all’acquisto di farmaci rappresentano una voce relativamente modesta (circa il 16%) della spesa sanitaria globale, che è lievitata enormemente (per oltre il 50%) negli ultimi anni, anche  per sprechi ed inappropriatezza, la cui correzione porterebbe ben altri benefici economici. Chiediamo inoltre, rispettosamente, che il Governo consideri, nelle sue decisioni, di legare le risorse liberate dall’abbattimento del tetto e dall’impiego crescente dei farmaci equivalenti al sostegno della ricerca biomedica ed alla adeguata remunerazione di farmaci innovativi di futura introduzione(sia sul territorio che in ospedale). Ciò aiuterebbe la ricerca del nostro Paese ad esprimere la sua potenzialità, evitando che gli investimenti dell’Industria continuino a migrare verso nazioni più attente a queste problematiche. Assistenza medica e ricerca scientifica sono ovunque considerate come indissolubilmente legate nel senso che il miglioramento della qualità dell’una è impensabile senza l’intervento dell’altra. Auspichiamo che il Governo lo tenga costantemente presente nelle difficili decisioni che è chiamato a prendere in campo sanitario.

Giuseppe Mancia

Consulta