Riflessioni sulla comunicazione medico-scientifica nella pandemia Covid-19

Durante le prime fasi della pandemia Covid-19 la Comunità medico-scientifica nazionale si è trovata in una situazione in larga parte nuova. Nei continui rapporti con un pubblico ed una stampa medica e laica resi pressanti dalla tragicità del momento, medici e scienziati hanno infatti dovuto far fronte ad un compito difficile ed a forte rischio di contraddizioni: ammettere la quasi totale assenza di informazioni scientificamente solide; evitare che ciò potesse creare ulteriore ansia, angoscia o panico; non venir meno ad un responsabile sostegno alle decisioni delle Istituzioni. Tranne qualche eccezione, queste difficoltà sono state gestite in modo per lo più insoddisfacente, rendendo la comunicazione nell’era Covid-19 criticabile sotto numerosi aspetti.

 

Errori e limiti della Comunicazione nella fase iniziale della pandemia

La drammatica situazione della fase iniziale della pandemia ha creato nel pubblico una richiesta fortissima ai medici ed ancor più agli “uomini di scienza” di chiarire in modo rapido ed esauriente alcune sue caratteristiche essenziali, per predisporre un’efficace protezione individuale ed una strategia collettiva di reazione ed intervento. Alla scienza si è subito chiesto di: definire l’origine e le modalità di trasmissione dell’infezione, identificare i soggetti a maggiore rischio, sviluppare efficaci strategie preventive (isolamento, vaccinazione, ecc.) e mettere subito a punto cure efficaci, sia attraverso l’impiego di vecchi farmaci sia attraverso la rapida scoperta di nuovi agenti terapeutici specifici.

Alcune voci autorevoli si sono levate per sottolineare come la raccolta di tali informazioni sarebbe stata lunga, complessa e caratterizzata da possibili (e per certi versi inevitabili) “errori di percorso”. Altre voci, più numerose, hanno invece preferito, probabilmente con un obiettivo di tipo consolatorio (e forse anche per evitare di alimentare la paura che sempre accompagna l’ignoto), disegnare uno scenario più favorevole. È risultato infatti a molti difficile (o impossibile) pronunciare semplici affermazioni del tipo “non lo sappiamo”, “non ne abbiamo idea”, “il processo conoscitivo della scienza non procede per scorciatoie, ma è lungo e difficile” ed altre frasi di analogo significato, ed è stato per loro invece più facile assecondare i media con affermazioni e previsioni inevitabilmente aleatorie ed in contrasto tra loro.

In diversi casi, inoltre, gli interventi ed i commenti degli "esperti" sono apparsi come contrapposizioni di schieramento non privi di “coloritura politica”, impressione amplificata dall’eccessivo presenzialismo di alcuni opinionisti medico-scientifici. In questo contesto, molti esperti ospitati dai media hanno derogato dal corretto linguaggio tecnico per adottare un approccio sensazionalistico o comunque di tipo giornalistico, perdendo di vista come la risonanza di una affermazione, da ciascuno ritenuta a torto o a ragione insindacabile, potesse alimentare lo sconcerto, legato all’alternarsi di eccessivo ottimismo e deprimente pessimismo. Una situazione che qualcuno ha efficacemente definito “infodemia”.

La tendenza a velocizzare, oltre ragionevoli aspettative, i processi di conoscenza del virus e della pandemia ha contagiato perfino le riviste scientifiche di maggior prestigio, che hanno accettato (con processi di “peer-review” accelerati ed insufficienti) dati poco controllati, scientificamente deboli o persino falsi. Salvo essere costrette a ritirarli o smentirli poche settimane dopo: cosa quasi mai verificatasi nel passato, specialmente per le riviste di maggior prestigio.

 

La Comunicazione medico-scientifica nelle fasi successive della pandemia

Purtroppo, le caratteristiche negative esibite dalla Comunicazione medico-scientifica nella fase iniziale della pandemia non sono state corrette, ma si sono al contrario accentuate nelle fasi successive. Soggetti di varia estrazione sociale e professionale hanno occupato i palinsesti televisivi, anche in modalità seriale, discettando di temi virologici, epidemiologici o clinici spesso del tutto estranei alle loro competenze. Quando (non frequentemente) i veri esperti sono stati invitati, il loro contributo è stato allineato a quello di finti esperti (spesso presentati con l’inflazionata formula di “scienziati di fama internazionale”) o accostato a quello di note figure dello spettacolo, divi televisivi, politici ed altri personaggi di varia estrazione. Il tutto sotto la formula del “talk show” che, ponendo su un piano di parità i diversi interventi, stimola contrapposizioni o veri e propri scontri verbali, favoriti dai conduttori di turno in nome del primario obiettivo di raggiungere una audience elevata. Il Covid 19 ha letteralmente invaso i teleschermi dalla mattina alla sera, con ridondanze, ripetizioni, inesattezze, e talora vere e proprie “fake news”. Il risultato è stato, invece di una precisa ed essenziale informazione, la creazione di sconcerto, ansia, scetticismo ed anche negativismo scientifico nella popolazione.

 

L’importanza del metodo scientifico: un tema non affrontato adeguatamente

Pur nella consapevolezza che improntare sulla mancanza di evidenza scientifica le risposte alle domande dei media avrebbe aumentato lo spazio mediatico a disposizione dei “portatori di informazioni non scientifiche” (venditori di fumo, ciarlatani, cercatori di visibilità mediatica, e tuttologi - ce ne sono stati molti), si può forse convenire sul fatto che l’atteggiamento più appropriato , sia per la stampa laica che per gli scienziati, si sarebbe dovuto basare sulla comunicazione scarna e precisa delle informazioni scientifiche disponibili e sull’altrettanto precisa ammissione della limitatezza della scienza in assenza di studi e dati concreti, evitando previsioni e note promissorie legate a studi futuri. Tale atteggiamento avrebbe evitato (ed eviterebbe) il discredito che parte del pubblico ha riversato sulla scienza, per dichiarazioni e previsioni azzardate e contraddittorie. Un simile approccio avrebbe anche potuto consentire di impostare l’interazione con i media più su aspetti di natura metodologica, spostando l’attenzione del pubblico sulla definizione delle procedure scientifiche da seguire per raccogliere le informazioni necessarie in modo rigoroso e raggiungere una loro sicura convalida prima del trasferimento alla pratica clinica.

Spostare il dibattito dalle conoscenze (scarse ed incerte) alla metodologia necessaria per ottenerle avrebbe anche consentito di rendere più agevole, credibile, e probabilmente fruttuoso, il dibattito tra esperti. Sarebbe infatti emerso più chiaramente il messaggio che anche quando non si possiedono le informazioni necessarie, si sa benissimo come fare per ottenerle, e che non esistono alternative a questo approccio. In un simile contesto, il dibattito tra esperti si sarebbe spostato dalla trasmissione al pubblico di messaggi non rassicuranti verso un confronto più positivo, che avrebbe facilitato l’integrazione delle varie posizioni e consentito di separare i “fatti” dalle “opinioni” relative all’evoluzione futura della situazione. Ciò si è in parte verificato quando la comunicazione ha migrato, più recentemente, verso il problema dei vaccini anti-Covid, tema che ha favorito una discussione incentrata su elementi più concreti o verificabili in tempi prevedibili: la loro natura più o meno innovativa, gli studi (in corso o completati) sulla loro efficacia, i limiti interpretativi dei dati raccolti e le difficoltà e i tempi della loro produzione e utilizzo. Tutti aspetti in larga misura fattuali e metodologici. Pur in una lodevole ed uniforme insistenza a favore della vaccinazione, la Comunicazione non ha peraltro corretto in questa fase recente gli errori precedenti, primi fra tutti l’infodemia e l’ampio spazio, concesso ancora a non esperti dell’argomento, forse per un omaggio formale alla pluralità delle opinioni.

Una maggiore enfasi su quali studi fare avrebbe infine portato (e porterebbe anche oggi) un maggior contributo all’ideazione, conduzione e compimento delle ricerche necessarie alla acquisizione delle conoscenze di base, epidemiologiche e cliniche sulla pandemia, supportando, anche con l’aiuto della pubblica opinione, le Istituzioni sanitarie nazionali e regionali, che al riguardo non hanno certo brillato per collaboratività. Il nostro Paese non è infatti tra quelli che si sono distinti per lungimiranza nel finanziare le ricerche scientifiche sul Covid-19. Ricerche che in Italia sono state comunque possibili grazie alla creatività e alla dedizione dei singoli ricercatori, rarissimamente assistiti da fondi o comunque dalla cooperazione istituzionale.

 

La comunicazione nel futuro

La pandemia Covid-19 non ci ha purtroppo lasciato ed è possibile che nel prossimo futuro i problemi che dovremo affrontare saranno non meno impegnativi di quelli che abbiamo affrontato nel passato. Pur avendo ben presente la comprensibile necessità di giornalisti e conduttori televisivi di stimolare gli esperti a fornire al pubblico valutazioni sui molteplici aspetti della pandemia, l’auspicio è che la futura comunicazione sia, da parte di medici e scienziati, più sobria, con meno previsioni (su aspetti per i quali le previsioni assomigliano a salti nel buio), con una più netta distinzione dei fatti dalle opinioni e con un accento assai maggiore sulle metodologie e sugli studi necessari per un avanzamento delle conoscenze; aspetto quest’ultimo che, se comunicato in modo semplice ed efficace, può avere per il pubblico un forte significato educativo nei confronti di cosa è, come si raggiunge e quale è l’impatto della evidenza scientifica per tutte le attività umane. Migliorare ed estendere questa consapevolezza sarebbe importante per il Paese.

Giuseppe Mancia, Coordinatore
Enrico Agabiti Rosei
Fabio Capello
Sergio Coccheri
Leonardo Aluigi
Claudio Ferri
Gianfranco Gensini
Guido Grassi
Dario Manfellotto
Edoardo Mannucci
Gianfranco Parati
Roberto Pontremoli
Damiano Rizzoni
Massimo Volpe
Andrea Poli

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