Non sprecate i soldi del SSN per l'omeopatia

Il tema dell’omeopatia, dei suoi pre supposti e delle documentazioni relative alla sua efficacia, è recentemente tornato alla ribalta mediatica. La Consulta delle società scientifiche per la riduzione del rischio cardiovascolare ritiene quindi necessario precisare la sua posizione in merito.

Inquadramento storico

L’omeopatia è una cosiddetta “medicina alternativa”, sviluppata all’inizio dell’Ottocento. In quel periodo le conoscenze scientifiche erano molto arretrate rispetto alle attuali: anche la chimica e la fisica, nell’accezione moderna, erano solo agli esordi.

Le terapie del tempo, del tutto empiriche, erano spesso pericolose (si pensi all’abuso del salasso). La scuola viennese propugnava il “nichilismo terapeutico”: per dirla con Skoda, clinico medico a Vienna attorno alla metà dell’Ottocento, «Quanto di meglio si può fare in medicina interna è il non fare nulla».

Se in questo contesto storico la somministrazione di rimedi costituiti esclusivamente da acqua (come sono i medicinali omeopatici) poteva avere almeno il vantaggio di inibire l’uso di interventi terapeutici pericolosi per il paziente, è ovvio che nel mondo moderno, dove i farmaci di efficacia documentata sono numerosi, l’omeopatia va considerata nella più benevola delle ipotesi inutile.

Poiché inoltre l’omeopatia è rimasta sostanzialmente invariata dalla fine del Settecento (e totalmente immodificata nei suoi principi fondamentali), non è difficile realizzare quanto essa sia ormai del tutto inadeguata a convivere con le conoscenze scientifiche moderne.

Prove di efficacia dell’omeopatia

È necessario innanzitutto premettere che non esiste alcun modo di accumulare conoscenze che non passi attraverso il metodo sperimentale. Nel caso della farmacologia e della terapia, l’uso di studi controllati, condotti con metodologia corretta, se possibile contro placebo, rappresenta l’unico approccio accettabile. L’idea di fondo dell’omeopatia (similia similibus curantur), di per sé non facilmente verificabile, si declina nell’uso di principi estremamente diluiti, sottoposti a preventiva “dinamizzazione”, i cui possibili effetti terapeutici sono invece in teoria facilmente verificabili mediante studi adeguati.

È importante sottolineare che i medicinali omeopatici non sono stati sottoposti, tranne che in un numero piccolissimo di studi, a prove di questa natura, anche per la “resistenza” del mondo dell’omeopatia, secondo il quale i pazienti non sono raggruppabili in gruppi omogenei. Dei pochi studi controllati condotti, la maggior parte ha fornito risultati negativi (gli effetti rilevati non sono risultati distinguibili da quelli del placebo).

Va anche ricordato che trattamenti del tutto inefficaci possono sembrare superiori al placebo, per motivi puramente casuali, in un limitato numero di casi (fino a 1 su 20, se si assume come limite di significatività statistica, come è d’uso, un valore del cosiddetto “p” <0,05). Le metanalisi, che valutano il complesso degli studi pubblicati, dimostrano in maniera inequivocabile che gli effetti dei medicinali omeopatici non sono distinguibili da quelli del placebo.

Pericolosità “culturale” dell’omeopatia

Immaginare che l’uso di sostanze diluite in modo tale da non prevedere (statisticamente) la presenza di alcuna molecola “attiva” nel medicinale somministrato al paziente, e che lo scuotimento più o meno prolungato di queste soluzioni (“dinamizzazione”) possa modificare la loro azione sull’organismo umano, è del tutto incompatibile con le attuali conoscenze di chimica e fisica, che si sono invece dimostrate in grado di descrivere in modo estremamente preciso e accurato i fenomeni naturali. La diffusione di un simile approccio di pensiero, come peraltro di tutti quelli che ritengono di spiegare i fenomeni del mondo del reale in base a leggi o regole non verificabili sperimentalmente, rallenta lo sviluppo di quella “cultura della conoscenza”, di matrice galileiana, che ha permesso, negli ultimi secoli, il progresso della qualità e della quantità della vita media che è sotto gli occhi di tutti. Specie tra le persone meno attrezzate sul piano culturale, questo approccio concorre inoltre a mantenere un atteggiamento irrazionale, e non critico, ai problemi (di qualunque natura) e alle loro possibili soluzioni: con un “costo” sociale e umano difficile da documentare ma certamente molto elevato. Riteniamo utile ricordare che in molti articoli sull’omeopatia si sottolinea il grande numero delle persone che ne seguirebbero, in parte maggiore o minore, i dettami: in realtà questa osservazione non può e non deve sostituire le evidenze scientifiche; è facile poi obiettare che analogo è il numero degli italiani che frequentano “maghi” secondo i dati forniti dall’Istat e che, nonostante ciò, non crediamo sia opportuno suggerire alla popolazione di frequentarli.

Pericolosità “medica” dell’omeopatia

Se è ovvio che la tossicità dei medicinali omeopatici è virtualmente nulla, altrettanto chiaro che l’uso di medicinali omeopatici in condizioni patologiche gravi ma trattabili può ritardare, talvolta in modo irreversibile, l’adozione di trattamenti efficaci.

Costi dei medicinali omeopatici

I costi di vendita al pubblico dei medicinali omeopatici sono più bassi dei farmaci di più recente commercializzazione, anche se sono più elevati (e spesso molto più elevati) dei costi di somministrazione di prodotti fuori brevetto di efficacia e sicurezza ben consolidate. Va tuttavia considerato che mentre nel caso dei farmaci efficaci tali costi coprono una ricerca difficile e onerosa (si pensi ai costi dei grandi trials controllati di intervento), e la sintesi di molecole spesso molto complesse, nel caso dei medicinali omeopatici la ricerca è di fatto scarsa o nulla, e i costi dei principi impiegati trascurabili nella larga maggioranza dei casi. Se in un libero mercato tali costi possono essere tollerati qualora il paziente se ne faccia liberamente - e coscientemente - carico, non è accettabile che risorse del Ssn vengano distratte per acquisirli nell’attuale fase di drastica contrazione delle risorse disponibili. In conclusione dunque:

  • l’omeopatia non dispone di prove di efficacia che ne giustifichino l’inserimento tra le prestazioni erogate dal Ssn utilizzando risorse dei contribuenti;
  • l’omeopatia, per i suoi principi fondanti, del tutto incompatibili con le conoscenze di chimica-fisica accumulate negli ultimi due secoli, rappresenta un ostacolo di grande pericolosità concettuale alla diffusione, tra il pubblico, di un approccio razionale alla ricerca e al mantenimento nel tempo del benessere e della salute;
  • la ridotta pericolosità “diretta” dei medicinali omeopatici (ovvia, considerando che essi sono indistinguibili dall’acqua) e il sistematico sfruttamento dell’effetto placebo, che può paradossalmente essere utile nel caso di patologie banali comunque destinate all’autorisoluzione, non compensano il fatto che l’approccio omeopatico può ritardare, nel caso invece di patologie di rilievo, l’utilizzo di farmaci efficaci e talora salvavita;
  • il costo dei medicinali omeopatici, pur inferiore a quello dei farmaci più moderni, è del tutto ingiustificato alla luce dell’irrilevante costo dei principi attivi impiegati e dell’assenza di una ricerca significativa nel settore.

Andrea Poli
Giuseppe Mancia
Alberico L. Catapano

per la CSCV

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